SPAZIO INDI(E)PENDENTE: Non me lo ricordavo di avere un oceanoletto

/ marzo 13, 2018/ SPAZIO INDI(E)PENDENTE

Piacevoli sorprese marzoline.

Una voce tenue, che ammalia, ipnotica. Ti lascia di sasso, assumi le sembianze di un monolite che, stranamente, oscilla al suono di quelle parole leggere come aliti di vento.

Mèsa è tutto questo.

È quel vento tiepido dopo mesi di freddo interiore. Carezze che scivolano sul viso, un leggero solletico che sale per i lobi.

Non me lo ricordavo è loop.

Non riesci a limitarti. Diviene droga. Una dose, poi subito l’altra e l’altra ancora. Ogni ascolto non si trasforma in un pugnale nella schiena.

Tutti abbiamo qualcuno che abbiamo deciso di far nuotare sul fondo del mare. Ci ricordiamo di loro solo a causa delle bolle che arrivano in superficie. Non li vediamo ma ci sono. Muovono le acque, anche se in quel modo quasi impercettibile son capaci sempre di smuovere qualcosa.

Facciamo lunghe passeggiate sul lungomare del tuo silenzio

come se il vento nei capelli fossi tu che soffi di nascosto.

Qualcosa ci smuove sempre. Sia aria che torna a galla, sia leggera brezza che smuove anima e capelli. Una situazione di netto contrasto con l’ipnosi che ci reca la voce di Mèsa. Una situazione di netto contrasto con la posizione che abbiam scelto di assumere rispetto all’aria del passato.  Quei silenzi che cambiano in base al contesto. Piacevoli quando il mare è piatto, calmo. Silenzi da condividere, assaporare. Come quella citazione di  Joel in Eternal sunshine of  the spotless mind, quando si rivolge a Clementine dicendole “Parlare in continuazione non significa comunicare.”. Un modo per far capire che non sempre si sta bene parlando. Si può comunicare anche senza parlare. Ci sono occhi che parlano, ci sono silenzi che parlano, che urlano. Basta saperli ascoltare i silenzi.

E poi c’è chi ai silenzi resta appeso. C’è chi diventa preda del silenzio.

La fine è un punto di inchiostro nero su questo foglio,

è una porta chiusa bene, un leone con le catene.

E allora stacchi il filo che ti teneva appeso. Tracci un punto nero sul foglio e lo fai energicamente, formando dei piccoli vortici che ti smuovono, forse involontariamente, come quel vento che passava tra i capelli, come quelle bolle d’aria che riaffioravano in superficie. Nessun portone si aprirà per il momento. Una porta chiusa con cura, a nascondere un leone che dietro ruggisce ma che, appena ti allontani, senti piangere per la mancanza che ha quando si accorge che non sei più dietro quella porta. La presenza rende sicuri.

E ti accorgi ancora di non ricordare mai di avere un oceano come letto. Di quelli con la trapunta blu, soffice. Di quelli che tratti con cura. E ti accorgi che c’è ancora chi, come me, arranca e non riesce a nuotare. Allora lo fai su quel letto, muovendo sincronicamente braccia e gambe come una rana, sentendoti al sicuro. Nessun decilitro d’acqua salata da ingurgitare, solo qualche lacrima, quando da sotto il cuscino compare una foto, e poi un’altra ancora, fino a coprire il blu e trasformarsi loro in oceano.

Un oceano dove te e chi ti apparteneva eravate simili e stavate bene, stavate…

Nuoto a dorso tra le fotografie,

ci somigliano ancora molto…

Francesco Staino

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