SPAZIO INDI(E)PENDENTE: Andare a fondo prendendo treni con tutte le cose inutili

/ febbraio 28, 2018/ SPAZIO INDI(E)PENDENTE

Eravamo io, Burian e qualche decimo di febbre che ancora proprio non si decideva a mollarmi. Succede spesso. Tenta di restare con me chi ha finito il suo corso naturale che, per carità, come i contratti nei call center, puoi decidere di rinnovare mensilmente. Non per forza la natura ha ragione. Ci sono altre forse in mezzo che decidono se qualcosa o qualcuno deve o non deve ancora far parte di noi.

Prendiamo un paio di All Star Converse come esempio. Più la natura le logora, più facciamo in modo che esse facciano parte della nostra vita. Le riteniamo attraenti, forse più del primo giorno, quando erano vergini e prive di macchia.

Sarà la febbricola a farmi divagare, ma in questi giorni ho ascoltato un bel po’ di musica e mi sono ricordato di avere dentro di me Tutte le cose inutili.

Sbirciando nella loro bio sulla pagina Facebook loro stessi si definiscono “cantautorato punk da Prato, duo classe ’90 chitarra/batteria da Prato. Sono surrogati di emozioni, le nostre vite incanalate, tutto il tempo che ci danno per esprimerci, ma sottovoce”. E spaccano, cazzo se spaccano.

Sto da sempre in fissa con i treni, così come una delle mie prerogative è quella di tuffarmi nel barile per toccarne il fondo. Una sorta di gara di tuffi organizzata male che vede me come unico a gareggiare e, per giunta, incapace di nuotare. Una gara dove verrei squalificato nonostante il mio essere “unico” nella competizione. Un primato di tutto rispetto, oserei dire. Ma perché treni e fondi da toccare?

Perché ci sono due pezzi di questi giovanotti che mi arrovellano il gulliver da giorni, e fatemi passare la citazione di kubrickiana memoria. Vammi a fondo e Partono i treni sono due brani contenuti nell’ultima creatura del duo di Prato, “Non ti preoccupare“, uscito il 26 gennaio.

Vammi a fondo, strappa in due questa mia foto da solo, incollaci accanto la tua.

Metà di una mela nata da sola forse. Mai pronta ad incastrarsi o forse incapace a farlo.

                  Non ho bisogno di te per accendere un tramonto, per spegnere la luce quando si fa notte.

Come se fosse necessario essere in due per dar vita allo spettacolo o per restare in pace nelle tenebre. L’abitudine ti porta a tirar fuori i fiammiferi e accendere da solo quel che vuoi. L’abitudine ti porta a spegnere la luce e rimboccarti le coperte da solo, la notte quando fuori nevica e, forse, una fonte di calore umano non guasterebbe mica.

Vammi a fondo, guarda nei miei occhi come dentro uno specchio, come in un labirinto.

Come se fossero capaci di riflette qualcosa. Ha mai riflesso il nero? Da troppo tempo ormai gli occhi non fungono da prisma, non vedo colori e arcobaleni. Perdersi nel nero è facile, ti travolge, ti destabilizza, ti fa perdere il senso dell’orientamento, come in un labirinto in cui, da buon Teseo, Arianna non prepara nessun gomitolo e ci ritroviamo da soli, senza aiuto di fronte al Minotauro.

In fondo le stazioni sono un po’ dei labirinti. Frecce, scale, angoli bui, imprevisti. Passerei gran parte della vita nelle stazioni. Sarebbe indice di partenze. Bisogna avere una strana concezione del viaggio. Come se si fosse in eterna partenza ma mai sul treno di ritorno. Starei ore seduto a terra, in stazione, a scrivere cazzate che non leggerà nessuno. Intanto Partono i treni

Sei il foglio di carta su cui scrivere, sei viaggiare mentre dormi, chilometri su chilometri da fermo,

                                                     la città che di notte respira e si sente solo il respiro…

Fantasticare sulle mete, quando ti scende la notte sugli occhi e il cattivo odore del tuo scompartimento ti lascia respirare male. E allora riprendi a scrivere, come quando eri in stazione, magari scrivi di lui che è tornato da lei a Milano o di lei che ti piace da anni ma che proprio non ti vede, nonostante quegli occhi che si ritrova. Quando quella carta trasuda di amarezza ma si trasforma in Arianna e riesce, col tempo, a regalare la soluzione a quel labirinto.

Quei momenti in cui tutto si sospende, tutto si svuota, altri chilometri di nulla e viaggi immobili,

        e anche le persone senza più mucose né labbra. Scheletri, altri scheletri da giudicare.

          Ancora scegliere scatole chiuse d’amore. Anche da scheletro non sei niente male.

Francesco Staino

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