SPAZIO INDI(E)PENDENTE: Come quella volta quando presi un Intercity…

/ febbraio 21, 2018/ SPAZIO INDI(E)PENDENTE

Perché ogni volta che metti le cuffie e ascolti musica, la tua musica, non resta che prepararsi per l’ennesimo viaggio. Non per forza verso altre stazioni, a volte si viaggia meglio stando comodamente al buio, sul nostro letto. Evitare il trambusto di imbarcare bagagli, forse perché il peso di essi lo porti già dentro e allora conviene lasciar fuori qualcosa. Esistono treni immaginari, Intercity notte creati artificialmente da noi stessi, quando decidiamo di non essere illuminati e preferiamo giacere nelle tenebre, quelle volute, quelle che ci accolgono trepidanti. È in situazione del genere che mi innamorai dei miei Intercity.

Capace di entrare dentro e incunearsi nei più remoti sottopassaggi, Intercity attraversa e lascia cader giù, al suo passaggio, quei ponti sempre troppo pericolanti che giacciono tra l’amigdala e l’ippocampo. Imparare a gestire la paura, come ogni qualvolta che inizi a scrivere e temi di lasciar il foglio bianco e poi pensi alle macerie di quei ponti e la biro scivola via, come gli anni che ci separano da quelle demolizioni inevitabili.

E allora cosa ci resta per essere felici?

forse la felicità s’inventa un giardino triste

che emana profumo e viole che suonano

disponibilità, sei dolce presenza avversa,

accoglimi fra le tue braccia apatiche…

                                                                      [Smeraldo]

A volte ci rendiamo conto che la felicità che pretendiamo trova posto in qualcuno che non ci merita mai abbastanza. L’apatia di quelle braccia andrebbe demolita come quei ponti che, invece, non facciamo altro che consolidare, consapevoli delle avversità e non della disponibilità. Coscienti che quelle braccia mai cingeranno i nostri corpi, quelle mani mai scorreranno sui nostri corpi.

Quando cerchi di non comparire, di renderti fantasma, di essere quel narratore onnisciente del nostro romanzo, sei capace di tutto. Ci si annulla, per cercare di disperderci nell’etere, per osservare meglio le movenze di coloro che rendono possibile questo pessimo spettacolo di illusionismo.

                                                                      Io sono qui in auto, nascosto per vederti.

Un giovedì a pranzo, in fondo ad un ti amo…

                                                                      [Zenith]

Allora restiamo in silenzio. Come se quell’Intercity ci portasse sul litorale, dove l’aria accompagnata dalla salsedine ci riempie i polmoni e brucia velocemente le nostre sigarette. Nessuna nota stonata, solo la pace e l’orizzonte. Non ci sono ponti in mezzo al mare, ci siamo solo noi, sulla terra ferma. Possiamo decidere di buttarci in acqua ma il rischio è alto. Quelle mani che mai ci cingeranno potrebbero tirarci giù, verso l’abisso. Forse meglio restare fermi, senza aspettare domande, senza dare risposte.

Non lo chiedere a me, l’orizzonte è un film muto, tantrico

che mi ricambierà quell’umore del sonno morbido.

L’attrazione per te, le atmosfere d’ossigeno, poesia.

L’ansia brucia l’apnea, fame d’aria e il mondo cambierà…

                                                                     [Un poster]

Torniamo nella nostra cuccetta allora. L’Intercity avanza nell’ombra e le onde si infrangono vicine alle rotaie. La forza dell’acqua rovina il nostro silenzio, quelle mani negli abissi scivolano sul vagone. Le vediamo. Come se il loro desiderio fosse quello di trascinarci via. Non conoscono limiti, ci travolgono, anneghiamo.

La geometria, nell’ombra la scia,

l’acqua che invade l’argine.

Tu sei per me l’onda del mare Indiano…

                                                                      [L’indiano]

Francesco Staino

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