SPAZIO INDI(E)PENDENTE: Un te, un puzzle, Potter e occhiaie in compagnia di Galeffi

/ febbraio 14, 2018/ Redazione News, SPAZIO INDI(E)PENDENTE

La bellezza di un uggioso pomeriggio. Il rumore della pioggia sul tetto diventa suono nella penombra in cui mi ritrovo. Come lo scorso mercoledì riappare Spazio Indi(e)pendente e lo fa trattando un artista che sta prendendo sempre più piede sulla scena indie: Galeffi.

Ascoltare Galeffi rilassa.

Quando piove fuori e dentro e si creano cascate di pensieri, riesce a fungere da diga. Come se gli tsunami interiori riuscissero ad essere controllati. Limitare i danni, non morire travolti dall’acqua delle nostre lacrime e da quella che si crea nei nostri occhi, che li rende gonfi e sfocia spesso, incastrandosi, nelle nostre ciglia e scivolando via verso i nostri gilet demodè, quelli che in pochi avrebbero il coraggio di indossare ma che in realtà son belli da paura. A volte il passato non piace ma spesso torna, un po’ come la moda, un po’ come quei gilet che torni ad indossare con disinvoltura.

                                               Inciampa anche tu con me, afferrami il cuore dal gilet.

Lo vedi per galleggiare ho bisogno di te…

                                                                              [Potter, Pedalò]

La moda, un po’ come l’arte, non è di facile comprensione. Bisogna stare attenti, focalizzarsi sull’obiettivo, concentrarsi e analizzare. Un po’ come l’amore. Ci risulta facile analizzare quello degli altri ma quando si tratta del nostro siamo incapaci a farlo. Ci siamo troppo dentro, perdiamo ogni parvenza di essere critici per lasciar spazio all’incapacità di capire effettivamente chi siamo noi, noi stessi, prima di esser coppia. A volte ci si accontenta, per paura di restar soli e naufragare in quello tsunami interiore. Ci si accontenta e si rischia di rovinare con l’acqua delle nostre lacrime i nostri ingranaggi, quelli che scandiscono la vita del singolo prima, della coppia durante, del singolo dopo.

                Voglio dipingere per te qualche cattedrale. Non ho il talento di Monet, ti devi accontentare.

                Voglio capire chi sono davvero, chi voglio diventare.

                Voglio aggiustare l’ingranaggio che si è rotto dentro di me.

                                                                                                                             [Tazza di te]

Il cuore come un ingranaggio quindi.

Il cuore come una meta da raggiungere, magari pedalando, magari facendolo in due, come quella storica salita sul passo del Galibier  di Coppi e Bartali, quando si scambiarono la borraccia. Cooperazione.

Arrivare alla vetta è lavoro di squadra e se ci riuscirono loro da avversari, tutto ciò deve farci pensare. La necessità di sentirsi presente per l’altro sia nel reale che nell’irreale. La pretesa quasi di esserci, forse giusta, forse no. La trepidazione di vederlo, senza strafare anzi, fare cose semplici. È in esse che riusciamo a capire se l’ingranaggio funziona. È in esse che riusciamo a correggere eventuali tachicardie dell’ingranaggio. Ma preferireste vivere come un unico corpo oppure come due orologi che scandiscono il tempo all’unisono? Nel primo caso il risultato è ovvio: la coppia diventa uno. Nel secondo caso, invece, mostra come la somma di (1+1) non dia come risultato (2) ma (3), dove il (3) è quell’entità che lega in modo indissolubile i due corpi. Il (3) è il collante, è colui che media. Non si torna mai (2), si è (3) oppure si torna (1) e, in questo caso ci si ferma a raccogliere i cocci, i pezzi.

Vorrei pedalare insieme a te intorno al cuore tuo perché ogni battito è solletico per me

Dimmi che c’è un po’ di me, nei tuoi discorsi un po’ di me,

dentro i tuoi sogni un po’ di me che sono zero senza te

Non vedo l’ora di addormentarmi sul tuo letto stasera, solo con te

Non vedo l’ora di immaginare il nostro amore sulla luna, solo con te

Facciamo un puzzle, a pezzi siamo io e te…

                                                                              [Puzzle]

È notti ormai, la pioggia continua a scendere e il pomeriggio è un lontano ricordo. Il tramonto è stato nascosto dalle nubi e l’unica luce che rimane è quella del desktop di un computer qualunque e le occhiaie fanno capolino. È passata la mezzanotte, è San Valentino ormai. Chi può affitti pure un cuore per poche ore, soffi via la polvere, anche solo per poche ore…

Affittami il tuo cuore che c’è un po’ di muffa e polvere.

Uno spicchio non è abbastanza per me, indovina chi dorme in pigiama con te.

Chili d’amore sotto le occhiaie, un’altra notte insieme a te…

                                                                              [Occhiaie]

Francesco Staino

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