Questo è il titolo dell’articolo sull’Enrico IV di Carlo Cecchi

/ novembre 30, 2017/ Redazione News

                                                di Danilo Russo

Sono alla stazione di Castiglione Cosentino e sto per prendere un treno per Torino; la Fiat mi ha assunto nella prima divisione del reparto marketing: una cosa inaspettata, accaduta poche ore fa.  Cosa posso saperne io di marketing? Ho molta paura, affrontare una sfida del genere, soprattutto se quello che ho appena scritto non è affatto vero, è molto difficile. La verità è che sono ancora a letto e sto scrivendo questo pezzo mentre fuori non si capisce bene se ci sarà buon o cattivo tempo.  No, non è vero nemmeno questo: in realtà sono in ufficio già da mezz’ora e cerco di raccontare quanto Carlo Cecchi a 90 anni sia riuscito a portarsi a casa un altro spettacolo di successo che ha riempito quasi tutte le poltrone del Teatro Auditorium dell’Università della Calabria.
Spettacolo che in alcuni punti ha evidenziato anche un calo nel ritmo della messa in scena e qualche (voluta?) incertezza recitativa. Il punto però è un altro: siamo nella tragedia: recitata, vissuta, immortalata su un palcoscenico che si confonde con la platea, con la vita. Il teatro nel teatro, un lucido delirio che non tralascia alcun dettaglio nel descrivere le catastrofi esistenziali, i dubbi, le sovrapposizioni sentimentali di questa commedia che viviamo tutti ogni giorno e in cui sembriamo divertirci disperatamente.

L’Enrico IV di Pirandello è assistere ad un crollo di coscienze, maschere, dove l’unica cosa che conta è fare la differenza non tanto con gli altri ma con se stessi. Chi siamo, ma soprattutto chi crediamo di essere?
-“C’è un momento in cui il personaggio entra in crisi?” – chiede uno degli attori chiamato, nonostante le grosse aspirazioni, ad interpretare il personaggio secondario di Bertoldo.
-“No, il tuo personaggio entra ed esce”.
Entriamo ed usciamo, semplicemente, in una continua condizione di passaggio con ruoli più o meno futili che, a volte, valgono un applauso a scena aperta nonostante tu stia recitando una parte che non ti piace in una commedia sbagliata. E non sai più un “cazzo”, anzi, e non sai più “nulla”. Forse la pazzia è l’unico modo che abbiamo per allontanarci da questa realtà, per sradicare le fondamenta delle convinzioni che ci costruiamo dentro e fuori un quotidiano sempre più recitato, sempre più misero. Dove sei stato? Che cosa non ti spinge a fare, a sognare? Che cosa ci porta a recitare ogni giorno? Il fatto che sia facile: fare finta è molto più facile.
Perché dovremmo essere più pazzi… Pazzi, mica scemi.  E sembra essere il palcoscenico uno dei pochi luoghi in cui possiamo guardarci negli occhi, dentro lo specchio di un meta-teatro dove l’attore vede l’attore e l’uomo incontra se stesso. 
Enrico IV, una delle opere più famose di Pirandello, racconta la vicenda di un nobile rimasto vittima di un incidente a cavallo durante una festa in maschera in cui aveva scelto di vestire i panni del giovane imperatore tedesco. L’incidente, causato dal suo rivale in amore Belcredi – attuato per sottrargli l’amata Matilde – lo porta per 20 anni ad interpretare la parte di Enrico IV. Una recita che per i primi 12 anni avviene inconsapevolmente e poi, dopo la guarigione, continua divenendo l’unica possibilità di vita. Otto anni in cui il nobile, di cui non conosciamo il nome, inganna tutti coloro che nel corso del tempo si sono travestiti recitando dei ruoli per assecondarne la finta, a loro insaputa, pazzia.
Ma non è forse meglio fingere 8 anni, o una sera a teatro, piuttosto che non trovare il coraggio che ti serve per smettere di farlo nella vita vera? Una domanda a cui risponderemmo volentieri, ma non oggi, perché il treno sta per partire, ed io mi sto per alzare e questo articolo sta per finire esattamente qui.

La compagnia.
Gli attori:
Carlo Cecchi, Angelica Ippolito, Gigio Morra, Roberto Trifirò e con Federico Brugnone, Davide Giordano, Dario Iubatti, Matteo Lai, Chiara Mancuso, Remo Stella.
Scene: Sergio Tramonti. Costumi: Nanà Cecchi. Luci: Camilla Piccioni. Assistente alla regia: Dario Iubatti. Assistente scenografa: Sandra Viktoria Müller. Adattamento e regia: Carlo Cecchi

 

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