Ypsigrock 2017: tutto quello che “non” è successo, tutto quello che siamo riusciti a sognare

/ agosto 16, 2017/ CULTURA

Foto di Danilo Russo

di Danilo Russo

È successo che ci siamo incontrati ancora: nella musica,  nelle notti insonni, nei balli, nelle granite e nei gelati, nelle vie di un paesino della Sicilia che per qualche giorno all’anno diventa il centro nevralgico di emozioni scalpitanti, suoni internazionali e sperimentazioni continue: Castelbuono. È successo che qualcuno si è innamorato, altri hanno scoperto musica nuova, altri ancora ballato fino al mattino, fino a non sentirsi le gambe. Qualcuno si è perso la navetta, altri invece si sono persi proprio: dall’Ypsigcamping sono spariti un certo Valerio e la pompetta per gonfiare i materassini. Dalle prime indagini pare che i due fatti siano correlati: alcuni ipotizzano che Valerio abbia rapito la pompetta e sia scappato in Messico per farsi una nuova vita, altri pensano che sia stata la pompetta a rapire Valerio e che lo stia tenendo in ostaggio in una vecchia officina di Sciacca. Lasciandoci questi brutti fatti di cronaca alle spalle, possiamo scrivere di questi quattro giorni di musica, incontri e respiri nuovi.

Giorno 1

Si inizia in punta di dita che arpeggiano le corde di una chitarra che libera nell’aria melodie leggere vicine ad un folk nordico che si tuffa in un cielo malinconico di ottobre, eppure siamo ad agosto ed a suonare è Sergio Beercock, che si esibisce sul secondo palco, l’Ypsi e love stage, ubicato nel Chiostro San Francesco, inaugurando la 21 esima edizione.
Un momento che si prolunga tra le distese d’Irlanda e i suoi immensi spazi verdi disegnati da Bry, un artista che potrebbe essere la crasi tra i Babyshambles e i Keane, senza però l’inventiva musicale di entrambi.
Bry – [Foto di Alessia Naccarato per gentile concessione de L’Indiependente]

Dopo l’esibizione ci si sposta sul terzo palchetto, il Mr.Y Stage, situato nel clima mite e temperato che sfiora i 45° Fahrenheit della sconsacrata (e il motivo forse lo abbiamo capito)  Chiesa del Crocifisso.
Qui i disegni di Gianluca Gallo e le illustrazioni in musica degli artisti del progetto This is not a love song, circondano il pubblico accorso per ascoltare il sinth pop di HÅN, un’artista capace di farti perdere in suoni leggeri  che sembrano schiudersi come fiori bagnati di rugiada alle prime luci dell’alba.

HÅN – [Foto di Alessia Naccarato per L’Indiependente]

Il viaggio è partito e ad accendere ufficialmente i motori del castello ci sono i Cabbage, 

band post punk di Manchester che si muove su una città di suoni disordinati e ribelli influenzati dai fantasmi di quella che è stata l’epoca d’oro del punk rock. Dalla sregolatezza adolescenziale dei Cabbage si passa alla notte, al buio, alla solitudine dei Preoccupation che esagerano in tutto: con le stonature iniziali di Matt Flegel, con la straordinaria performance di Mike Wallace, con una chiusa strumentale di quasi 20 minuti, con tutto quello spazio nero in cui ti fanno immergere e in cui c’è prepotentemente anche un po’ di luce.    Preoccupation – [Foto di Alessia Naccarato per L’Indiependente]  

Ride, una delle band più rappresentative dello Shoegaze e del Noise rock internazionale, salgono sul palco per produrre  suoni che si dissolvono in un tempo tutto da scrivere, in un’emozione che non conosci ancora e che ti aspetta dietro l’angolo; come il pugno ben assestato di un campione mondiale dei pesi massimi che però non ti butta al tappeto,  come il disco a cui tenevi che ti viene spaccato in testa e che continua a suonare, come Mark Gardener che nel pezzo finale si scopava la chitarra mentre mandava baci al pubblico.RIDE – [Foto di Alessia Naccarato per l’Indiependente]

Giorno 2
Ad aprire la seconda giornata la black e world music di Éstel Luz che ti  proietta in un cortile soleggiato con biciclette e bambini che urlano mentre al piano di sopra, con la finestra socchiusa, una giovane coppia fa l’amore. Sono trip immaginifici che vengono accentuati dalla voce aliena di Adam Naas, con il suo soul pop elettronico denso e pregno di romanticismo, giardini d’autunno e frasi sussurrate.  Adam Naas – [Foto di Alessia Naccarato per L’Indiependente]

Amnesia scanner sconsacra ancora di più il palco della chiesetta attraverso melodie scostanti, incalcolabili e destabilizzanti nella loro sperimentazione cibernetica.   Amnesia Scanner – [Foto di Alessia Naccarato per L’Indiependente]

Christaux inizia prestissimo, con la sua voce eterea e androgina, alla continua ricerca di un posto in cui fermarsi tra arrangiamenti mistici che rivelano una profonda solitudine esistenziale ma non disperata come potrebbe sembrare. Christaux [Foto di Danilo Russo]

Un climax che spiana la strada ai Beak: musiche ovattate, ipnotiche, che ti trascinano nell’oblio di ricordi sbiaditi, ricordi che non pesano più, in un crescendo di inquietudini che s’infrangono su vecchie rocce impolverate. Sono loro che fanno uno dei live più convincenti dell’edizione regalando il primo bis.
Da un mondo ad un altro: Immaginate una recinzione arrugginita che delimita un campo da basket dove si sta giocando una partita, immaginate di avere un vecchio stereo e di poggiarlo su una lingua d’asfalto deserta e aspettare che faccia sera: Rejjie Snow ha 22 anni eppure la sua voce sa di tutto questo: di anni 90, strada e tramonti urbani dimenticati. Sebbene io non sia un amante del genere il suo live non ha presentato sbavature facendo ballare parecchia gente.
Teloni trasparenti calati dall’alto invadono lo spazio scenico, due figure entrano e si avvicinano alla consolle: sono i Digitalism. Così le luci si accendono e proiettano colori magnifici e tu ti perdi, ti muovi, ti scordi tutto, è una lunga rincorsa, un salto nelle cose che aspetti di avere. Vorresti toglierti la pelle, il corpo, rimanere solo con il cuore che viaggia tra galassie lontane per esplodere tra la dance punk e una felicità pura e fine a se stessa.Digitalism – [Foto di Alessia Naccarato per L’Indiependente]

Giorno 3
Ridondanze sonore, testi non sbalorditivi, Bobbypin è la prima artista ad esibirsi per l’ultima giornata portando avanti una proposta musicale che non sconvolge né sorprende. 
A sorprendere, dimostrandosi una delle band più brave e promettenti dell’edizione, sono i Klangstof. Post e noise rock, virtuosismi musicali in un crescendo d’emozioni che somigliano ad un fiume in piena che straripa dall’argine non per distruggere ma per costruire qualcosa di buono, mentre una parte del pubblico era seduta a terra sognante insieme a loro. Klangstof – [Foto di Danilo Russo]

Aldous Harding  ha una voce che cerca di esplorare, di scoprire, di farti viaggiare. C’ha preso l’anima, il cuore e ne ha fatto un impasto di biscotti di nuvole che c’ha riconsegnato per farceli mangiare. In quel momento, sul palco del Mr.Y stage, il tempo era fermo, nessuno invecchiava, nessuno moriva, al massimo c’era qualche lacrima che cadeva dagli occhi sacralizzando quel momento di bellezza assoluta. Aldous Harding [Foto di Alessia Naccarato per L’Indiependente]

Manca poco, Piazza castello sta per suonare per l’ultima volta e all’interno del museo, Edda, fa il tutto esaurito; molti rimangono fuori: lo spazio è piccolo, la sua musica carica di malinconia e disperazione. Ci si guarda come chi sa che tra poche ore finirà tutto e va bene così, ed è bello cosìCar seat heardrest [Foto di Danilo Russo]

Le chitarre di Car seat headrest squarciano il palco principale. Lo squarciano per noi guidatori stanchi su una strada che è tutta in salita e che vorremmo percorrere con qualcuno che ogni tanto si affacci dal finestrino e ci dica che fuori c’è un bel vento, che si respira ancora bene, nonostante i sogni che ti scivolano tra le mani. È un po’ come non smettere mai di imparare a vivere, cadere parecchie volte e giocare ancora finché le gambe reggono, lasciarsi andare oltre la soglia degli occhi che vorremmo abitare ma che non abbiamo il coraggio di varcare. Cigarette after sex – [Foto Danilo Russo]

Entrano i Cigarette after sex, la piazza non è mai stata così piena ed i suoni si fanno sentimento, tristezza densa fatta di messaggi non inviati, braccia che non hai voluto aprire, baci che non hai voluto o potuto dare. Sono canzoni per sfollati sentimentali, per cuori lacerati, per naufraghi sopravvissuti alla tempesta che ne cercano sempre una nuova. Persone, semplicemente, che continuano a sbagliare, a ferirsi, a sentirsi male desiderando felicità perdute ma ancora possibili. Beach House – [Foto di Danilo Russo]

Ed è un tempo perso, sospeso, non decifrabile quello che avverti subito dopo con i Beach house. Un momento dove la musica raccoglie le macerie, fissa i punti luce di un’anima che va oltre il mistero di questa strana giostra che è la vita. Non arrendersi al peggio, non sperare nel meglio. Ci sei ancora, e vivi con sofferenze sparse, diventando le lacrime che non sei riuscito a versare, con il cuore che batte più del dovuto e accenni di sereno che per alcuni fortunati durano una vita intera e per altri il tempo di una carezza, la mattina, appena svegli.

Foto di Danilo Russo

Ypsigcamping

Quando si muovono i primi passi e non sai dove andranno a finire, quando si alza la musica e la terra sotto ai piedi per creare un polverone di mani che si lasciano andare e occhi che si chiudono non per andare altrove ma per restare lì, esattamente lì: in un bosco che imparerai a conoscere a memoria, davanti a due baffi che hanno smesso di scrivere ma che non hanno mai smesso di raccontare e che forse da qualche altra parte si divertono ancora vedendo la bellezza che la musica può fare. Perché anche quest’anno la musica all’Ypsigcamping, sul palco del Cuzzocrea stage, ha fatto tanto. Cuzzocrea stage – [Foto di Danilo Russo]

Lo ha fatto con l’elettro-rock minimal dei When due, il duo palermitano dai suoni rarefatti diretta espressione dell’incapacità di parlare e vedere di un mondo che continua ad andare per fatti suoi; lo ha fatto il sereno che si respira nei cieli carichi di pioggia di Nurlase, il progetto soul-elettronico di Alessandro Donin; Lo hanno fatto i Bruce Harper,  la band elettro post-rock di Brescia, con ritmiche elettroniche fuorvianti e sonorità cupe e astratte; lo hanno fatto i Kassiel con il loro clubbing, dub-step e neurobass. Un’onda musicale surfata, prima e dopo, da Robert Eno e Fabio Nirta due nati con la camicia ma anche con la maglietta, due che all’Ypsigrock ci suonano da ormai 10 anni creando un momento dove la musica ricercata, tecno e nazional impopolare del primo, si mescola perfettamente, per non si sa quale strana magia, al miscuglio guascone, trash e nazional popolare del secondo. Fabio Nirta e Robert Eno – [Foto Danilo Russo]

Per il resto non c’eravate quando le foglie cadevano al mattino riempiendo tutto di grossa bellezza, non c’eravate quando le ossa che avevi in corpo sembravano polverizzate e nonostante questo ci si continuava a muovere, spingere, innamorare. Quello che stavo cercando di scrivere è che Ypsigrock non è solo un festival ma è l’esperienza, la carezza, il bacio, la poesia di cui tutti avremmo bisogno.

Foto di Danilo Russo

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