Barcellona-Roma-Parklife: il viaggio disorganizzato e musicale di due fratelli

/ maggio 4, 2017/ SPAZIO INDI(E)PENDENTE

di Francesco Staino

Prendete un trolley, di quelli che non devono superare i dieci kilogrammi altrimenti devi donare ettolitri di sangue a qualche compagnia aerea low cost, due fratelli-amici-colleghi-complici, due biglietti per un concerto dei Placebo a Barcellona e la certezza di avere un posto letto due notti su tre in terra iberica. Il resto è stato solo una grande incognita. Unica costante del viaggio: la musica. Nessun viaggio della speranza sessuale o alla ricerca di nuove droghe sul mercato. Solo musica e cazzeggio, e ci è piaciuto così.

Giorno 1: la notizia di avere un bus a Cosenza, pronto alle otto del mattino, direzione Roma, doveva essere un qualcosa di rassicurante. Vedere me prendere tempo e parlare con l’autista dell’ascesa dei nazionalismi in Europa, la presunta minaccia Trump e la domanda esplicita a me rivolta “Quanto ti dura una bustina di tabacco?” può lasciare intendere che l’inizio è stato molto confortante. Francesco aspetta Francesco che, puntuale come Trenitalia, arriva. Si parte! Aereo previsto alle 18:15. Arriviamo a Roma Tiburtina alle 14:20 e ci dirigiamo con calma in aeroporto, Roma Fiumicino. Scorrono le lancette, fino alle 21:18, ora del decollo. E’ vero, ancora non ho parlato di musica, ma posso dirvi che le playlist dei nostri smartphone meritano. Arriviamo a Barcellona dopo novanta minuti e ovviamente troviamo la pioggia ad accoglierci. Così come è ovvio non avere connessioni internet. Dobbiamo raggiungere casa della testimone di nozze del fratello di Francesco, a Barcellona, senza Maps. Se sono qui a scrivere, signori e signore, vuol dire che ci siamo riusciti, scroccando connessioni random.

Giorno 2: è il giorno del concerto.

Dopo un piatto di rigatoni al ragù e aver comprato della vodka si esce, destinazione Razzmatazz. Qualche fermata di metro e si arriva a destinazione. Lunga fila e controlli serrati all’ingresso. La vodka non entra ma chi l’avrebbe mai abbandonata? In un angolo sorseggiamo i nostri botellón, giusto per essere un po’ più sciolti in pista. Sorvolando sui due litigi per il posto al concerto(?), perché a quanto pare in Spagna non si supera la fila ai concerti con posti non numerati e non si pog.

Brian Molko e Stefan Olsdal danno inizio al concerto. Si librano nella sala le note di Every You Every Me, migliaia di cuori battono più veloci, ogni “plettrata” sulla chitarra è come uno schiaffo, buttato giù per svegliarti dal sogno. E’ tutto vero, sono a dieci metri da Molko con accanto mio fratello. Quel maledetto Sucker love ti entra dentro e ti passano davanti un bel po’ di anni, di errori e di miracoli, di certezze fragili come un cadavere rinvenuto dopo un mese nel Mediterraneo che, appena sfiorato, si spappola.

I serve my head up on a plate.

It’s only comfort, calling late.

Cosa donereste se non la vostra testa a colui/colei che abita dentro di voi? Annientarsi con una frase: FATTO.

Non posso dire di essermi ripreso nell’ascoltare subito dopo Pure Morning, Loud Like Love, Jesus’ Son, Soulmates, fino a che non sento partire Special Needs. Il problema sono sempre le speciali necessità. Dobbiamo essere bravi noi a non renderle mostri sotto il letto, pronti a trascinarci giù. Forse siamo tutti un po’ costretti a divenire e far divenire quelle necessità speciali dei ricordi. E allora Remember Me…

Lazarus, Too Many Friends, Twenty Years. Forse mancano venti anni alla fine, questo non lo so. Però di certo noi prima di scegliere gli inganni abbiamo bisogno di concentrarci di più su cosa c’è sotto. Come se volessimo accertarci bene del fatto di come prenderla per bene tra le terga. Una forma di masochismo folle che prende sempre più piede.

I Know, Devils in the Details, Space Monkey, Exit Wounds, Protect Me From What I Want scorrono lisce, tra saltelli e sigarette fumate di nascosto dalla security. Maledette leggi antifumo!

Without You I’m Nothing arriva.

I’m unclean a libertine. You’re slipping slowly from my reach.

La storia è ciclica, è ripetizione. Forse sarebbe il caso di chiudere il recinto. Forse sarebbe il caso di essere meno libertine. Ma deve valerne la pena. E quando pensi che ne valga la pena il recinto si apre. E tu smadonni, dai di brutto e torni ad essere libertine. Mordersi la coda da soli non è difficile, terrò un master a breve. Il Razzmatazz è una bolgia, sono sudato e bevuto, mai vomitato. Sono così tanto dentro al contesto che non bado minimamente alla bella biondina accanto a me. Est Europa a portata di mano ma non è il momento. Prima la musica, le emozioni, i ricordi da raccontare tra anni di questa serata.

36 Degrees, Lady of the Flowers, For What It’s Worth, Slave to the Wage scorrono tranquille. Io e Francesco abbiamo fatto amicizia con tre ragazzi italiani. Sono di Milano e hanno appena sequestrato loro una bandiera italiana. Ma perché?

Il trittico finale è da capogiro. Special K, Song To say Goodbye, The Bitter End.

I’ll describe the way I feel, weeping wounds that never heal: ecco la realtà dei fatti. Mi piace scovare la realtà nella musica che ascolto. Mi piace scrivere mettendoci dentro la mia musica e le mie ferite. Una sorta di esposizione a come non dover essere.  Cause if I don’t we’ll both end up with just your songs that say goodbye ragazzi miei! We’re running out of alibis e See you at the bitter end.

Non avere alibi e vedersi ad intermittenza. Questo è il mood. Però dai, ho recuperato il mio smartphone caduto a terra mentre cercavo di fare un video. Una piccola consolazione in un concerto che ha devastato la mia anima dannata. Solito teatrino dell’uscita e del rientro. Teenage Angst, Nancy Boy, Infra-red prima del gran finale: Running up That Hill, una cover stupenda di un brano di Kate Bush. Perché sapete una cosa? Nessuno saprà mai cosa proviamo, neanche se proviamo a descriverlo ad essi. Allora forse sarebbe il caso di

Make a deal with God, get him to swap our places.

Fare un patto con Dio ed invertire i nostri ruoli. Inutile sentirsi dire le solite frasi, quelle del non voglio ferirti per intenderci.

You don’t want to hurt me,

but see how deep the bullet lies.

Il concerto termina, siamo ancora più sudati ma estremamente felici. Era un sogno ed è stato coronato.

Giorno 3: se non fosse per le miglia percorse, i corpi sudati di dodici persone in una camera di un ostello nella zona della Barcellona bene e la segnalazione della polizia spagnola per aver bevuto vodka su una panchina, che dire? Ci piace ricordarlo così, come il giorno di una promessa fatta tra due fratelli di avere addosso qualcosa di simile e indissolubile. Niente di omosessuale, per intenderci, ma la certezza assoluta del legame che certifica che non è un caso se abbiamo deciso di vivere insieme queste peripezie.

Giorno 4: si torna in Italia. Una cosa tranquilla sulla carta ma maledettamente difficile nella sua attuazione. Stampare la carta d’imbarco non è mai stato così difficile. È sabato, a Barcellona hanno deciso di star chiusi. Immaginate due corpi che scivolano via tra le strade iberiche. Due corpi stressati e nervosi che arrivano ad elemosinare una stampa in un albergo a cinque stelle. Due corpi e una chiavetta USB: potrebbe sembrare il titolo di un romanzo di qualche ventenne figlio degli anni zero. Roma è vicina. Stefano ci preleva all’aeroporto di Fiumicino. Tra un hamburger ad Ostia e una notte passata in un residence in zona San Paolo termina il giorno quattro.

Giorno 5: il tour musicale riprende ma prima spazio all’arte. Visitare la basilica di San Paolo per due atei è apparsa come la possibilità di ammirare qualcosa di veramente ipnotico. Testa alta per ammirare meravigliosi affreschi, monumenti che sembrano prender vita da un momento all’altro. Finita la visita si inizia a pensare alla serata, a come entrare nel mood giusto. Il Festival della Bomba Dischi inizia alle 19:00 ma gli orologi sono diventati ormai un optional. Troviamo il nostro caro Gionk e da Cosenza arriva l’Ennesimo, alias Paolo Pasqua. Un quartetto al Bar dei Brutti che lascia spazio al gin tonic piuttosto che a qualcosa di solido per affrontare la giornata. Sono le 21:50 e siamo ancora dal pakistano a bere birra di bassa qualità. Entriamo. Ilaria e i suoi Gomma, una favola. I loro nove brani sono presenti nella mia playlist. Attendo Elefanti e i ragazzi di Caserta mi accontentano. Un omaggio a Godard e, forse, anche a me. Ripeto, non c’è cosa più bella di immedesimarsi nei testi che leggiamo, nei brani che ascoltiamo. Un po’ per la stazza mi sento elefante anche io e come loro mi nascondo quando sono felice. Non sono abituato a render manifesto il mio buonumore. Tendo quasi a proteggerlo da coloro i quali potrebbero frantumarlo. Sono attimi effimeri che meritano di esser celebrati ma il mondo è cattivo, meglio nascondersi ma mai Arrendersi.

prevalgono gli errori, i rimorsi

sovrastano i bei ricordi

o almeno ciò che è rimasto dei bei ricordi

è una costante. Una maledetta costante e noi

scompariremo tra gli impulsi,

riappariamo solo con la resa.

Devo conoscere Ilaria. La raggiungo nel backstage, le parlo, scattiamo una foto. Tutto avrei immaginato ma non che fosse cosentina. Mi parla del progetto Gomma, della sua vita e non smetto di fissarla. Devo scappar via, su un altro palco sta per salire Calcutta. Sei brani, voce e chitarra. La folla lo chiama e lui arriva con il suo berretto. Sono consapevole che nel momento in cui ascolterò le note di Cosa mi manchi a fare eclisserò tutto ciò che gravita intorno a me. Eccole.

Forse è vero ti eri fatta trasparente

Mai frase sintetizza il momento. Cercarla e non vederla, figurarsi sentirla. Sparita tra i suoi pochi metri quadrati e tra le sue cose, tra il suo disordine interiore. Quella speranza mai spenta, mai persa:

Volevo solo scomparire in un abbraccio

Giorni passati sul letto anche solo ad immaginarlo. Immaginare il mio viso avvolto tra i suoi capelli, con il mento poggiato in quell’angolo così perfetto tra il suo collo e la sua spalla. Mi sembra di annusarne il profumo, di assaggiarne il sapore mentre la lingua striscia delicatamente come se fosse la tangente tra il suo seno e il suo coseno. Arriva il momento di Gaetano, Frosinone e Oroscopo.

Hai qualcosa di brutto alle spalle lasciato in un film,

certamente fai così.

Calcutta abbandona il palco. Prima del dj set ci aspetta un’altra ora di alta tensione. Qui è possibile mettere da parte ciò che mi tormenta, è il momento dei Pop X. Questi ragazzi di Trento sono quel sano trash che non stanca mai e nelle loro canzonette si può compiere quel processo di immedesimazione già citato. Chi di noi non si è mai sentito un missile? Chi di noi non ha trovato la sua cena in discoteca alla sera? Chi di noi non hai mai avuto un amore che ha spezzato il cuore? Un’ora da sciamano a volteggiare tra la folla e la notte finisce in archivio, con una passeggiata che dall’Ex Dogana ci porta all’alba alla stazione Tiburtina. È mattino, Cosenza ci attende.

The Brothers in Arms

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