Metaseminario Lacaniano – Anna Donise e la fenomenologia del sentire di Max Scheler

/ Maggio 4, 2017/ Eventi

di Adriano Bertollini

L’interessante relazione che ha avuto luogo al Metaseminario di mercoledì 3 Maggio aveva per tema la riflessione sul desiderio di un autore non proprio lacaniano, Max Scheler. La relatrice, Anna Donise, dell’Università Federico II di Napoli, ha proposto un intervento dal titolo: Desiderio e opacità della coscienza. Max Scheler fenomenologo del sentire.

Pur inscrivendo Scheler nella tradizione fenomenologica, Anna Donise ne ha individuato alcune specificità che lo differenziano da quel filone di pensiero, prima fra tutte l’insistenza sulla centralità del piano emotivo, trascurato da Husserl, e quindi del tema del desiderio, affrontato in uno degli scritti più famosi del filosofo tedesco, Il formalismo dell’etica e l’etica materiale dei valori. Bisogna , innanzi tutto,  differenziare il volere dal desiderare, un tendere che non necessariamente punta alla realizzazione del suo contenuto: posso desiderare di avere le ali, ma non posso volerlo. Il primo atto umano – sia sotto il profilo ontogenetico che filogenetico – è il volere. Solo che a questo stadio non si distingue il volere dalla sua realizzazione, il volere avrebbe già una presa trasformativa sulla realtà: il lattante associa meccanicamente il suo piangere all’arrivo del seno materno, come se ci fosse un rapporto di causalità diretta tra le due cose. È l’ostacolo a far nascere, a un tempo, l’umano propriamente inteso e il desiderio: quando si fa esperienza degli ostacoli, delle difficoltà che si frappongono tra il volere e la sua realizzazione, ecco che si svincola il volere da quella concezione ingenua – magica – facendo così sorgere il desiderio. Con le parole di Scheler, «la parte inibita diventa mero desiderio». Vale a dire: un volere non soddisfatto, che indugia su sé, si trasforma in desiderio. Desiderio che, però, non si limita ad avere una caratterizzazione negativa (volere non realizzato), acquisendo anche una consistenza positiva: spostare la volontà oltre il concreto fare è una capacità nuova – e propriamente umana.

A questo punto la relatrice ha individuato due problemi fondamentali da cui partire per specificare la fenomenologia del desiderio di Scheler.

La prima questione è riassumibile nelle domande: i vissuti di volontà sono sempre per noi trasparenti? Siamo sempre consapevoli di ciò che vogliamo? Scheler polemizza con Husserl, secondo il quale, al di là dei mascheramenti difensivi della coscienza, i vissuti di coscienza sono trasparenti, visibili. Una coscienza – un io penso – che guarda ai suoi vissuti nel modo giusto, non può sbagliarsi. A questa concezione si oppone il concetto di unipatia scheleriano. Si tratta di quel sentire – opposto all’empatia – che ci porta a vivere esperienze fusionali, in cui c’è un sentire unico tra me e qualche altro essere umano: non sono in grado di distinguere tra il vissuto di un altro e il mio, quindi non è trasparente cosa la mia coscienza stia vivendo. L’uomo primitivo e il bambino sono caratterizzati da un sentire unipatico, che però non si supera una volta per tutte: l’unipatia caratterizza anche fenomeni visibili nel mondo contemporaneo, come le processioni religiose o la fede calcistica. L’idea è quindi che l’io non sia qualcosa di dato una volta per tutte – come invece sembra essere per Husserl –, dal momento che i vissuti unipatici testimoniano momenti in cui è impossibile differenziare tra io e noi, e in cui c’è quindi un’opacità della coscienza: non è trasparente quale vissuto sia individuale e quale collettivo. Questo ha conseguenze sul piano dell’individuazione emotiva: il nostro sentire e desiderare non è dato alla nascita, ma si apprende culturalmente nei vari contesti di vita a cui siamo esposti grazie all’unipatia. Su questo sfondo comune, pubblico e condiviso, posso costruire la mia individualità. In altri termini, un individuo è tale solo se, inserendosi in un piano ‘orizzontale’, si specifica rispetto a quel piano. I miei genitori e la mia comunità mi insegnano un certo comportamento del desiderio, confrontandomi con il quale posso rendere quel desiderio mio, approfondendolo e specificandolo. L’individuazione non è quindi un percorso scontato, ma si avvale di un patrimonio storico-culturale con cui fare i conti, potendone venire soggiogati al punto da entrare di rado in contatto con il proprio desiderio, vivendo piuttosto il desiderio dell’altro.

La seconda questione riguarda l’oggetto del desiderio: è sempre definito? Secondo Anna Donise è qui che Scheler abbozza una vera e propria fenomenologia del desiderio, facendo interagire Husserl e Freud. Ci troviamo di fronte a una serie di stadi di sviluppo della sessualità che conducono al vero e proprio desiderio. Si parte dalla libido, che è un tendere disordinato volto a incontrare il suo obiettivo, che però è assente. La situazione paradossale della libido è proprio una tensione a qualcosa che non c’è, una tensione senza oggetto. La libido si trasforma in istinto sessuale, cioè la fase in cui si scopre l’oggetto, che è l’altro sesso. Infine, con l’amore sessuale, l’oggetto viene specificato ulteriormente, prendendo la forma del determinato corpo di un altro individuo. L’amore sessuale è la capacità di scegliere: con l’istinto c’era la volontà di scegliere, ma con lo stadio finale si è anche capaci di farlo. Per Scheler, dunque, l’uomo è un animale desiderante, nel senso che è capace, nell’incontro con l’ostacolo – il volere non realizzato – di differire il volere, trasformandolo in desiderio mediante uno spostamento dal qui e ora. L’uomo è quell’animale che può rimanere nella sospensione del volere, trasformando l’istinto sessuale in scelta. Soltanto scegliendo si diventa uomini, soltanto scegliendo si diventa capaci di vero desiderio.

Intervista alla prof.ssa Anna Donise di Danilo Russo per Ponteradio Unical.


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