Il linguaggio espresso nel nome

Il linguaggio espresso nel nome

di Mariateresa Lo Faro

Cosa si fa quando si incontra per la prima volta qualcuno? Il gesto automatico è quello di porgere la mano, dopo aver salutato, e presentarsi. È qualcosa di così naturalizzato nel comportamento sociale che non ci si fa più nemmeno caso. Ancor prima di intraprendere una conversazione, di iniziare una sorta di conoscenza immediata e superficiale, ci si identifica con un nome che possediamo da quando ne abbiamo memoria e che è stato costantemente utilizzato dalle persone che ci circondano per riferirsi a noi e comunicare. Un nome che, per il solo fatto di appartenerci da sempre, ci aspettiamo esprima ciò che siamo. In realtà non lo fa mai. Ogni esistenza è complessa e irripetibile e l’utilizzo di nomi tende solo a semplificarla e renderla reperibile in ogni momento. Un nome funge da contenitore per un’infinità di caratteristiche, inesprimibili contemporaneamente; questo lo rende necessario. Come necessaria è la conseguenza: il particolare si perde nella generalità dell’universale. Eppure il nome può essere considerato come qualcosa di specifico, poiché è ciò che accompagna un’intera esistenza. Appena nati ce ne viene assegnato uno, nel corso della vita ci facciamo conoscere e riconoscere attraverso questo, con la nostra morte esso perisce insieme a noi. Nell’ incontro con gli altri è il nome che ci identifica e questa è la sua funzione. D’altra parte, però, se il nome ci racchiude e ci presenta agli altri, proprio per la sua generalità e ricorrenza è qualcosa che facilmente si dimentica.
Non molti ricordano il nome di qualcuno incontrato una sola volta. Per farlo è necessario legare alla persona sensazioni, situazioni e pensieri. Il solo nome non la racchiude, se prima non la si conosce, anche parzialmente. Un nome funziona solo nel riconoscere. Nonostante la sua importanza sia pregnante e pervasiva nella vita di un individuo, esso appartenendoci, non lo fa mai totalmente, a causa di questa sua dipendenza nel dover essere riconosciuto, che proviene dagli altri, mai da se stessi. La delimitazione che deriva dal nome è una necessità, quella di essere distinti da una moltitudine informe e indefinita, che si presenta sin dall’ inizio nell’ atto del nominare. Esso è un atto di amore. Un genitore sceglie con cura il nome che attribuirà a suo figlio: attraverso questo egli sarà riconosciuto e distinto, verrà a contatto con una prima forma di sé e sperimenterà il possesso, nell’ astrazione, di un’identità estranea al mondo. Ma da dove deriva la necessità del nominare? È indubbiamente intrinseca al linguaggio. Questo è ordine e categorizzazione, definizione e delimitazione. In una sola parola, distinzione. Muovendosi nel linguaggio, l’uomo non può che funzionare attraverso esso, trasponendone le caratteristiche alla sua stessa essenza. Dicendosi, si fa strumento del linguaggio, che in lui si esplica e vive. Nel nome si esprime quest’unione iniziale che caratterizza quasi interamente ogni aspetto della vita umana.

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