Trainspotting 2 – del tempo che passa e del ritorno (No Spoiler)

/ marzo 4, 2017/ Redazione News, UNICINEMA

di Francesco Fotia

Quando sei fan di un film, uno di quelli che sanno tutte le battute a memoria, e ti fabbricano un sequel a cui si pensa da vent’anni, non puoi non chiederti come finirà il confronto con l’ingombrante predecessore. E se quel film lo ami, diciamocelo pure, hai paura che l’ombra lunga di un sequel inutile possa macchiare anche l’aura del mito che l’ha generato. Sgombriamo subito il campo dal dubbio: T2 Trainspotting non delude le aspettative, non ha paura di stargli affianco e non perde la sfida ad handicap con Trainspotting semplicemente perché, anziché provare a fare una cover dell’edizione 1996, ingurgita la narrazione, lo stile e i protagonisti dell’opera prima e li sviluppa riuscendo così nel miracolo: brillare di luce propria. T2 è infatti lontano da Trainspotting non solo nel tempo, ma pure nel montaggio e nella fotografia; è lontano, soprattutto, dall’ironia che aveva contraddistinto la prima pellicola: scelta azzeccata per farsi prendere sul serio. Perché i tempi cambiano, le persone cambiano e i giovani (anti)eroi che furono non sono più quelli di una volta: non più teppisti che rubano medicine e che fingono di volere un posto di lavoro sotto effetto di anfetamina. Non più tossici che rubano i filmati molto intimi dei migliori amici e che sporcano le lenzuola della suocera perché si è passati la notte a bere troppo. Non si ride mai in T2; al massimo si sorride. O si piange. E non si ride perché non c’è più niente di cui ridere. Trainspotting certo non era propriamente una commedia nera, ma le vicende trattate – quelle sì, assai nere – venivano edulcorate attraverso un solido filtro di spensierato e autentico nichilismo; era la cifra di un manifesto punk stampato per le vie di una Edimburgo di metà anni Novanta, condensata nella massima di Mark Renton: ho scelto di non scegliere la vita. Ho scelto qualcos’altro. Ma era un programma a breve scadenza, al termine del quale ciascuno avrebbe dovuto fare i conti con quella scelta. E i conti, vent’anni dopo, si scoprono essere assai salati. Se Trainspotting era stato il trionfo di una cultura giovanilistica che rifiutava la borghesia e i suoi dogmi preferendogli l’ago e il sussidio, T2 mostra quegli stessi uomini alle prese con un duro match contro la vita e il tempo che passa, che colpiscono duramente. Il risultato è un’opera capace di legarsi alla prima puntata diventandone un prolungamento naturale al punto da apparire necessaria, e che restituisce anche al fan più scettico un unico denso Trainspotting lungo vent’anni. E più. Sì perché lo script di T2 è pieno zeppo di rimandi al passato che continua a tornare. Anche a quello che precede le vicende del ‘96, con riferimenti all’infanzia, alla scuola elementare, alla prima pera comprata da Swanney, che adesso è morto. Come la madre di Mark, che è tornato da Amsterdam dopo aver tradito i suoi amici per scoprire che nel frattempo è successo davvero poco. D’altronde, dei fatti avvenuti lontano da casa anche lui non ha granché da raccontare: ha scelto la vita. Ma gli errori fatti lo attendono per ricongiungerlo a quella che aveva provato a lasciarsi alle spalle. Certo i ragazzi sono cresciuti, ed è cresciuto anche Danny Boyle che, bypassando “Porno”, il sequel letterario di Trainspotting, non gioca a ringiovanire e racconta T2 con un linguaggio più formale, che meglio si adegua alle necessità di una storia che ha bisogno di rallentare la corsa, di sguazzare nel down anziché rincorrere la prossima dose. Il regista lavora sul materiale a disposizione agendo come il tempo che impone lente variazioni: i luoghi di Edimburgo sono cambiati; i colori che la filmano sono più accesi. Boyle ne amplia gli spazi e ammoderna i locali, dotati di cessi puliti nei quali si fanno incontri inaspettati. La musica sta cambiando, diceva Diane, e sono cambiati i suoni di una colonna sonora che conta meno pianoforti e chitarre elettriche e più elettronica (Silk dei londinesi Wolf Alice è la traccia che meglio suona il mood del film). Anche Mark Renton è cresciuto e, al passo coi tempi, ha aggiornato il suo indimenticabile monologo: non più parodia di un benpensante slogan degli anni Ottanta contro la droga, il suo bersaglio sono adesso gli umani social, che condividono le foto della loro colazione sperando che importi qualcosa a qualcuno, e gli iPhone comprati col sudore di un’operaia morta suicida per il troppo lavoro. I tempi cambiano e i ragazzi di Trainspotting, vent’anni fa imprevedibili schegge impazzite senza bisogno un domani, oggi sono fantasmi alla ricerca di un senso. Appesantiti, sfibrati dalle droghe e dalla solitudine, sono più consapevoli e violenti di come li avevamo lasciati; e sono ancora in grado di creare le opportunità per tornare ad essere amici e provare a tradirsi, per tentare di uccidersi o per salvarsi. Ritorno è la parola-chiave attorno la quale ruotano le immagini e la sceneggiatura, alla cui base è posta un’imprevista reunion che diventa occasione per affrontare un passato che mette ciascuno davanti ad uno specchio, e che costringe a tirare le somme di una giovinezza rivissuta attraverso battute, visioni e soprattutto luoghi. Come la casa silenziosa di Mark e la sua stanza vuota; come le strade sulle quali scappava dalla polizia; come le colline con tutta l’aria fresca di questo mondo in cui si rende omaggio ad un amico morto. Sono immagini a metà tra il presente e il flashback che tratteggiano storie di vita e di traumi; immagini che sono tracce che sanno di commemorazione e di omaggio alla meglio gioventù che si è bruciata il futuro. Immagini che sono, infine, un tributo ad un cult che si esprime con inquadrature e situazioni, pose e gesti che si allacciano più o meno esplicitamente a Trainspotting, ma che quando lo fanno non risultano mai stucchevoli. Ha scritto Marianna Cappi che «il film si appoggia continuamente al confronto col passato, […] è – per dirla in tema – dipendente da esso». Non avrebbe potuto fare diversamente. T2 si guarda dentro, inevitabilmente indietro, per (farci) riflettere sul tempo che passa e che ritorna. È un viaggio che implica la malinconia, va da sé, ed è un affetto che pervade il film dalla prima all’ultima sequenza. È un sentire immortalato in uno sguardo fugace poggiato su una vecchia foto appesa ad un muro, nella penombra. Il soggetto è un ragazzo sorridente che aveva una teoria (quasi) su tutto ed era ossessionato da Sean Connery. Lo chiamavano Sick boy.

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