«Quando l’arte da forma all’invisibile»

/ Feb 8, 2017/ Redazione News, SCATTI D'ARTE

Questo articolo è una sintesi della 14.a puntata di Unical Bar, andata in onda lunedì 6 febbraio 2017. Ospite in studio Sandra Leone, storica dell’arte, curatrice di mostre e presidente dell’associazione culturale “Diffèrart”.

(A fine articolo il Podcast della puntata 14.a Puntata)

di Matteo Olivieri

Se pensate all’arte come a qualcosa dal significato dato una volta per sempre, siete sulla strada sbagliata. «L’arte è aperta a significati plurimi e non definibili a priori – dice Sandra Leone – e, buona parte di essi, deriva dalla evocazione di ricordi, sensazioni ed esperienze di vita che affiorano alla mente di chi ne fruisce». Così – continua – «quando parliamo di arte ci immergiamo in un campo privo di funzione pratica, che ha a che fare con cose interpretabili almeno da un altro punto di vista, che spesso sfugge dalla vita reale. Se manca questo aspetto, difficilmente potrà parlarsi d’arte».

Per questo motivo, i critici d’arte preferiscono parlare di “invisibile” e non solo di “astrazione”. L’astrazione è infatti qualcosa di estremamente “tangibile”, riconducibile ad una selezione, cioè ad una scelta specifica di linguaggio da parte di chi la produce, mentre l’invisibile rientra in “quello che sfugge”. Per esempio, un oggetto che venga riconosciuto come “sconosciuto” e tuttavia percepito come “familiare”, mostra un carattere di verosimiglianza nella mente del fruitore. Questo giudizio di “plausibilità”, che scatta nella mente dello spettatore, è la scintilla che fa cominciare a parlare d’arte. Infatti, gli esseri umani tendono a non dare alcuna importanza a ciò che non conoscono; tuttavia, qualcosa che è sconosciuto ma anche familiare attrae la curiosità delle persone. Quindi, parlare di invisibile vuol dire addentrarsi in un campo che «riconosciamo come un pensiero, ma non come frutto di interpretazione».

Ecco perché oramai nell’arte contemporanea il «giudizio estetico» ha lasciato il posto alla valutazione della corrispondenza tra l’idea e l’oggetto rappresentato. Si tratta di un audace salto in avanti rispetto ai tradizionali canoni artistici dell’Ottocento e del Novecento, quando l’arte – abbandonando i tradizionali temi figurativi – si muoveva in direzione della concettualizzazione. «Oggi – continua Sandra Leone – assistiamo ad una evoluzione ulteriore, che porta dall’astrazione alla riflessione sull’invisibile. L’individuo si pone davanti all’opera d’arte come di fronte ad uno specchio e, molto spesso, questo specchio è perturbante. Ma l’importante è il presentarsi di un’epifania, cioè il mostrarsi di una domanda, quale che sia, nella concretezza della forma». Questo passaggio si è reso necessario «quasi in risposta ad un bisogno latente, visto che gli esseri umani sono in grado di vedere, non solo con gli occhi, ma anche attraverso il pensiero».

Tutto quello che l’artista propone viene rielaborato dallo spettatore, e conduce ad una riflessione personale, sia sul piano del vissuto che dell’inconscio, che rimanda ad un pensiero latente. Un po’ come descrive Shakespeare nell’Amleto, quando invoca lo spettro del padre senza mai riuscire a descriverlo ad altri. In questo senso, l’artista non sarà mai in grado di cogliere l’interezza del reale, e lo spettatore non potrà mai dire di aver colto l’«interpretazione autentica» dell’opera.

Ci sarà sempre qualcosa che rimane fuori dalla comprensione, qualcosa di non detto. E’ quello che in psicanalisi si chiamano le “apparizioni del fantasma” o “ritorno del morto” (fr. revenant), cioè qualcosa che forse affiora alla mente ma che in generale non è comunicabile, neanche a sé stessi. Anche l’immagine del fantasma, che non è descrivibile perché manca sempre di qualcosa che noi non siamo pronti a vedere. E, se in questo processo di riconoscimento dell’invisibile, il pericolo del soggettivismo è sempre dietro l’angolo, in realtà – dice Sandra Leone – le possibili derive interpretative “patologiche” sono calmierate dall’esistenza di canoni artistici da cui non si può prescindere, quali l’interpretazione storica o l’intenzionalità dell’artista. «Certo, tutto può essere arte, anzi tutto diventa arte perché ogni individuo può dare un’interpretazione diversa, ma deve esserci comunque una “narrazione”, ovvero il riconoscimento di una presenza di elementi che ci riportano ad un linguaggio».

Tanto l’artista quanto lo spettatore si pongono come mediatori, poiché avvertono l’esistenza di una «presenza che parla», e cercano di dare voce a queste sensazioni, ciascuno col proprio linguaggio, avvalendosi dell’uso di metonimie, cioè di trasferimenti di significati da un’esperienza vissuta ad un’altra che si sta vivendo. L’arte quindi è un continuo relazionarsi a questa presenza in maniera idonea, in modo tale che – a partire dall’oggetto che si ha di fronte – si arrivi ad intuire l’esistenza di qualcos’altro al di là dell’immagine. In questo senso, chi fa arte opera una sintesi tra più discipline, cioè usa un mezzo per introdurre la trascendenza nel reale, e per svelare il lato spirituale della vita a partire dal dato materiale. Tutti gli elementi contenuti nell’opera emergono infatti dal piano della realtà, senza il quale non sarebbe possibile alcuna astrazione o concettualizzazione. E’ questa «continua ricerca verso la sintesi della forma che illumina la materia e si fa impalpabile vibrazione» a rendere possibile la trasformazione di un oggetto in un’opera d’arte.

«TITO: LE FORME CONCRETE DELL’INVISIBILE», mostra dedicata alla produzione artistica di Tito Amodei. Rende (Cs) 13 Gennaio – 2 Marzo 2017.

Associazione Culturale DiffèrArt, Via Busento, 55 – 87036 Rende

mob. +39 3246067841|E-mail: info@differart.it – info.differart@gmail.com, www.diffeart.it

Orari di apertura: dal martedì al sabato: 10.30- 12.30 / 16.30 – 19.30

Programma condotto da Emilio De Tommaso, Gustavo Mayerà e Matteo Olivieri

 

Link Utili

Podcast 14.a Puntata “Le forme concrete dell’invisibile”, con Sandra Leone 
(clicca qui)
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