I numeri (aggiornati) sul flusso di migranti in Italia

/ febbraio 6, 2017/ UNICAL E SOCIETA'

di Matteo Olivieri

Nella lettera di risposta inviata ieri dal Ministro Padoan al Vice-Presidente della Commissione Europea Dombrovskis ed al Commissario Europeo Moscovici (i quale chiedono all’Italia una manovra di bilancio aggiuntiva, in misura pari allo 0,2 per cento del Prodotto Interno Lordo, PIL), si richiamano “fattori rilevanti” che dovrebbero essere tenuti in considerazione per la valutazione delle dinamiche del debito pubblico italiano. Tra questi, i “costi straordinari” imputabili alla gestione dei migranti ed alla crisi dei rifugiati. Ecco i fatti da sapere sul fenomeno migratorio, con notizie e numeri di fonte Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF).

Soltanto nei primi dieci giorni del 2017, sulle coste italiane sono sbarcate 729 persone, a fronte delle 268 persone nei primi dieci giorni del 2016 e delle 1.310 nello stesso periodo del 2015. Il costante arrivo di migranti sulle coste italiane costa ormai all’Italia una quota di ricchezza nazionale pari allo 0,2 per cento del PIL. A questi costi ne vanno aggiunti di ulteriori, connessi agli investimenti in politiche di sviluppo nei “paesi di origine” dei flussi migratori, stimati nell’ordine dello 0,02 per cento del PIL. In totale, lo 0,22 per cento del PIL, una cifra pari a 3,3 miliardi di euro nell’ultimo anno, destinata ulteriormente a salire se il flusso di migranti non dovesse  arrestarsi.

Una stima di questi possibili costi è contenuta nel documento che accompagna la lettera, intitolato “Fattori rilevanti che influenzano gli sviluppi del debito in Italia”. In particolare, si cita il fatto che «le operazioni di soccorso, prima assistenza sanitaria, alloggio e istruzione per i minori non accompagnati sono stimate, al netto dei contributi dell’UE, in 3,3 miliardi di euro nel 2016 e 3,8 miliardi di euro nel 2017 (0,22 per cento del PIL), in uno scenario definito di “stato stazionario”». Se tuttavia l’afflusso dovesse continuare a crescere, come le tendenze degli ultimi mesi sembrano suggerire, la spesa potrebbe arrivare fino a 4,2 miliardi di euro (una cifra pari allo 0,24 per cento del PIL). A queste cifre vanno inclusi altri 200 milioni di euro (0,02 per cento del PIL) per il “Fondo per l’Africa” approvato nella legge di bilancio 2017-2019, e destinato ad investimenti in “paesi-chiave di transito e di origine dei flussi”.

A questi ritmi – continua il documento del MEF – i costi a carico dell’Italia sono ormai da 2 a 3 volte superiori alla spesa media registrata nel periodo 2011-2013, prima dello scoppio della crisi umanitaria. La maggiore spesa stimata per il 2017 (al netto dei contributi dell’UE) rapportata a quella sostenuta negli anni 2011-2013 è pari ad un importo compreso tra i 2,9 e 3,2 miliardi (rispettivamente 0,17-0,19 per cento del PIL), corrispondente a circa 8-8,4 miliardi di dollari spesi dal 2014 ad oggi. Da un punto di vista contabile, la maggior parte dei costi sostenuti sono relativi alle procedure di soccorso in mare, all’identificazione, riparo, fornitura di vestiti e cibo. A questi vanno aggiunti i «costi del personale», i «costi operativi» e quelli legati alla più veloce obsolescenza di navi e aerei.

Ad onor del vero andrebbero aggiunti ulteriori costi, di cui però risultano beneficiari i Comuni che accettano di accogliere i migranti sul proprio territorio, e che – sempre nello stesso documento – vengono quantificati in 500 euro per ogni rifugiato, secondo un programma di “incentivi”, adottato col decreto legge 193/2016 all’art.12, che prevede una dotazione finanziaria complessiva di 100 milioni di euro.

Nel documento di accompagnamento alla lettera del MEF si citano dati e numeri di un fenomeno che sembra sfuggire di mano, e su cui invece varrebbe la pena fermarsi a riflettere. «Dal 2014 – si legge nel documento –, uno straordinario afflusso di rifugiati e migranti è arrivato sulle coste italiane. I numeri sono ulteriormente saliti nel 2016 – altro anno record – per un totale di 181.436 individui finora tratti in salvo. La cifra attuale è ben al di sopra del picco vissuto due anni fa, è più di tre volte il livello del 2013, ed è pure superiore a quella avutasi nel periodo 2011-2012, a seguito della “primavera araba”. L’entità del fenomeno ne indica la gravità, che viene ulteriormente sottolineata dal gran numero di donne e minori coinvolti (i bambini non accompagnati saranno più di 25 mila nel 2016)».

Numeri allarmanti, nonostante il fatto che, a novembre 2015, sia stato raggiunto un accordo tra l’Unione Europea (UE) e la Turchia volto ad intensificare la cooperazione nella gestione dei flussi migratori. L’accordo prevede 3 miliardi di euro di aiuti umanitari alla Turchia per fornire assistenza ai rifugiati siriani. Inoltre, un ulteriore accordo è stato raggiunto nei mesi scorsi tra i paesi dell’UE, che prevede un «piano di ricollocazione» di 160.000 richiedenti asilo da Grecia e Italia in altri paesi dell’UE entro settembre 2017. Per quanto riguarda l’Italia, tale piano prevede il trasferimento di 40 mila richiedenti asilo dall’Italia in altri paesi dell’UE nel primo anno e un ulteriore trasferimento di circa 12.000 persone nel secondo anno ma, rispetto a questi dati, al 30 dicembre 2016 sono solo 2.654 i richiedenti asilo trasferiti dall’Italia in altri paesi dell’Unione Europea (circa il 7 per cento del totale).

Questi numeri andrebbero incrociati con quelli del Fondo Monetario Internazionale (FMI, 2016), secondo cui ci sono circa 8 milioni le persone sfollate all’interno della Siria, e ulteriori 4 milioni di siriani rifugiati nei paesi vicini. Oltre a ciò, altre zone di conflitto nel mondo risultano essere l’Iraq, l’Afghanistan, e l’Eritrea. Nonostante ciò, le nazioni da cui nel 2015 sono provenute la maggior parte delle richieste d’asilo in Italia sono la Nigeria, Pakistan, Gambia, Senegal, Bangladesh. Per questo motivo, secondo i dati del FMI, solo il 40% delle pratiche di riconoscimento dello status di rifugiato viene approvata.

In Italia, dal momento della richiesta d’asilo è possibile ottenere il permesso di lavoro, più un permesso di soggiorno della durata di 6 mesi, rinnovabile fino a quando la richiesta d’asilo non venga accettata o meno (normalmente ci vogliono dai 6 ai 12 mesi). In caso di rigetto della domanda, si può presentare ricorso entro 30 giorni, e il tempo medio di appello varia dai 6 ai 18 mesi. Inoltre, i richiedenti asilo hanno diritto di accedere alla formazione professionale e all’assistenza medica gratuita (se indigenti), a formazione scolastica obbligatoria (per minori fino a 16 anni), più una diaria di 2,5 euro al giorno nei centri di prima accoglienza. Le principali destinazioni dei richiedenti asilo si confermano Germania e Svezia, mentre Italia, Grecia ed Ungheria le principali porte di ingresso per l’Unione Europea. I richiedenti asilo hanno un incentivo ad indicare il “paese di destinazione” da loro preferito dove essere ospitati, invece che il paese di “primo ingresso”, visto che i tassi di rigetto delle domande di asilo, i benefici offerti, e le opportunità di occupazione variano notevolmente da paese a paese.

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